Denuncia sulla violazione della sovranità monetaria popolare

Una tesi politico-costituzionale, costruita con gli strumenti del ragionamento giuridico. Non una sentenza: un'argomentazione che chiede, con rigore, se i princìpi che regolano oggi la creazione della moneta siano compatibili con l'idea stessa di sovranità popolare.

Il testo che segue non è una sentenza, né la ricostruzione di un giudizio già pronunciato da una Corte. È una tesi politico-costituzionale, costruita con gli strumenti del ragionamento giuridico, ma presentata nella sua sede propria: quella del pensiero critico e della proposta di riforma, non quella dell'accertamento processuale.

Questa distinzione non è una cautela retorica: è la differenza tra due generi che questo libro tiene volutamente separati. Da un lato c'è il diritto vigente — ciò che le leggi, i trattati europei, le direttive di vigilanza bancaria autorizzano oggi, in modo esplicito, alla creazione di moneta scritturale da parte di soggetti privati. Su questo piano, il sistema descritto in queste pagine è pienamente legale, perché la legge stessa lo prevede e lo disciplina nel dettaglio, dai requisiti patrimoniali di Basilea tre alla vigilanza della Banca Centrale Europea.

Dall'altro lato c'è il piano della legittimità: la domanda se un potere di natura sovrana possa essere delegato a soggetti privati con fine di lucro, senza che questa specifica delega sia mai stata sottoposta, come tale, al giudizio diretto del corpo elettorale. Su questo piano, il presente lavoro sostiene una tesi netta, argomentata punto per punto, fino alle sue conseguenze più radicali — collocandosi nella tradizione di Irving Fisher, del Chicago Plan, della Vollgeld-Initiative svizzera e delle proposte contemporanee di riforma monetaria. Non un fatto stabilito da un tribunale. Un'argomentazione che chiede, con rigore, se i princìpi che regolano oggi la creazione della moneta siano compatibili con l'idea stessa di sovranità popolare.

Chi cerca un resoconto di ciò che i tribunali hanno stabilito non lo troverà: nessun tribunale, ad oggi, si è pronunciato in questi termini. Chi cerca l'analisi che porta alle estreme conseguenze logiche i princìpi della creazione monetaria troverà qui l'argomentazione più completa e conseguente che l'autore è stato in grado di costruire.

Parte prima

Il meccanismo: sette passaggi da un nulla contabile a un patrimonio reale

Ogni sistema di potere che voglia resistere all'esame va ricostruito nella sua meccanica esatta, senza scorciatoie polemiche. Ecco quella del credito bancario contemporaneo, in sette flussi verificabili in qualsiasi manuale di contabilità bancaria e in qualsiasi bilancio certificato.

Flusso uno

Creazione primaria

La banca non trasferisce denaro reale preesistente quando concede un prestito. Iscrive simultaneamente un attivo, credito verso il debitore, e un passivo, deposito a suo favore. Il capitale nasce come doppia scrittura contabile, non come spostamento di riserve o moneta legale già esistente.

Flusso due

Uso reale della moneta virtuale

Il debitore spende quella scrittura per acquistare beni, servizi, lavoro. Chi riceve il pagamento — il muratore, il fornitore, il venditore — cede valore reale, prodotto con il proprio tempo e la propria fatica, in cambio di una scrittura bancaria nata da un doppio clic pochi istanti prima. Qui si consuma la prima, decisiva asimmetria: una parte cede ricchezza già esistente, l'altra cede una promessa contabile appena generata.

Flusso tre

Cartolarizzazione

La banca cede il credito a un veicolo, esse-pi-vu, che emette titoli, a-bi-esse ed emme-bi-esse, venduti sul mercato. Denaro reale — spesso risparmio previdenziale di lavoratori, attraverso i fondi pensione — entra nel circuito per acquistare un pacchetto di crediti nati da scrittura contabile. Il rischio d'insolvenza scivola a valle, sul risparmiatore.

Flusso quattro

Rifinanziamento presso la Banca Centrale

Quei titoli, generati da un prestito originato dal nulla, vengono presentati come garanzia per ottenere riserve reali di banca centrale. Seconda conversione: da scrittura a moneta di base.

Flusso cinque

Interessi e capitalizzazione

Qui si annida il vizio strutturale più grave. Il capitale è creato ex novo al momento del prestito; gli interessi no. Devono essere estratti dalla massa monetaria reale già esistente nell'economia, cioè sottratti a chi quella moneta l'ha guadagnata lavorando. Il sistema richiede, per propria costituzione, un'espansione continua del credito: la massa monetaria per pagare gli interessi non nasce mai insieme al capitale che li genera.

Flusso sei

Distribuzione utili

Il margine tra interessi incassati e costi sostenuti diventa dividendo: potere d'acquisto reale — case, patrimoni, attività tangibili — nelle mani di chi possiede la banca.

Flusso sette

Estinzione del debito

Il capitale creato al Flusso uno viene distrutto contabilmente alla restituzione: è come se non fosse mai esistito. Ma gli interessi già estratti al Flusso cinque restano fuori dal circuito, sottrazione netta e permanente di potere d'acquisto dall'economia reale al sistema creditizio.

La sintesi strutturale è netta: nei Flussi uno e tre si genera scrittura priva di controparte reale preesistente; nei Flussi due e quattro quella scrittura si converte in potere d'acquisto e base monetaria reale. Da una parte, il debitore cede lavoro e garanzie reali; dall'altra, il risparmiatore istituzionale cede capitale reale per acquistare titoli che rappresentano moneta virtuale impacchettata.

Parte seconda

Perché non è furto — e perché questo aggrava, non attenua, l'accusa

Il primo istinto, di fronte a questo meccanismo, è chiamarlo con il suo nome più semplice: furto. È un istinto onesto, ma va sottoposto allo stesso rigore che pretendiamo dal sistema che denunciamo, altrimenti la denuncia crolla al primo esame di un giurista ostile.

Non è furto in senso penale, perché il furto richiede la sottrazione di una cosa mobile già appartenente ad altri. Nel Flusso uno non c'è nulla di preesistente che venga sottratto: c'è una scrittura che crea contemporaneamente un credito e un debito. Non si può rubare ciò che, per costituzione tecnica del sistema, non esisteva un istante prima.

Non è falso in bilancio, perché il falso richiede una divergenza tra ciò che è scritto e ciò che è realmente accaduto. Qui non c'è divergenza: la scrittura contabile è l'evento economico, dichiarato apertamente nei bilanci certificati, nelle policy della Banca Centrale Europea, nei testi normativi di Basilea tre. Non si falsifica un fatto preesistente: si descrive, con esattezza tecnica, un atto di creazione.

Non è appropriazione indebita, perché questa richiede il possesso legittimo di una cosa altrui preesistente che viene poi distratta dal suo scopo. Ma il credito, per ammissione della teoria della moneta endogena che questo stesso libro adotta, non è prelevato da un deposito preesistente altrui: è creato dal nulla, nello stesso istante.

Ciò che resta, dopo aver scartato con rigore le categorie improprie, è più preciso e più grave: un arricchimento senza causa adeguata nel rapporto bilaterale banca-debitore — l'istituto civilistico che risponde a un vantaggio patrimoniale ottenuto a spese altrui senza titolo giuridico sufficiente — e, nel suo effetto diffuso su chiunque detenga moneta o crediti a valore nominale fisso, attraverso la diluizione inflattiva prodotta dall'espansione creditizia aggregata, un danno strutturale che il diritto privato classico, pensato per rapporti individuali, non possiede gli strumenti per nominare e risarcire.

E qui arriva il colpo decisivo, quello che sposta l'intera accusa dal piano penale a quello, ben più grave, costituzionale: l'origine determina la natura dell'atto, non le sue conseguenze. Se la banca prestasse denaro realmente esistente — riserva integrale, non frazionaria — l'intero meccanismo sarebbe legittimo, perché fondato su un trasferimento reale di valore già prodotto. Il vizio non è in ciò che accade dopo la creazione. È nella creazione stessa.

Ma la creazione a riserva frazionaria non è un'usurpazione: è un potere esplicitamente autorizzato dalla legge vigente. Ed è proprio questo — non un'eccezione tollerata, non un vuoto normativo, ma un'autorizzazione piena e disciplinata — a rendere il problema non un reato da perseguire, ma una delega di sovranità da giudicare.

Parte terza

La delega senza mandato: il cuore costituzionale della denuncia

La moneta non è una merce tra le altre. È il presupposto stesso dello scambio, la misura comune del valore, lo strumento attraverso cui una collettività organizza la propria vita economica. Per questo, in ogni ordinamento costituzionale moderno, il potere di batter moneta è stato storicamente trattato come prerogativa sovrana — dallo ius monetae del sovrano medievale alle disposizioni costituzionali che riservano allo Stato la competenza esclusiva in materia monetaria.

Con l'introduzione del sistema bancario a riserva frazionaria, il potere di creare moneta — non di gestirla, non di custodirla, non di farla circolare, ma di generarla ex novo — è stato trasferito, nella sua sostanza economica se non nella sua forma nominale, da un'istituzione pubblica soggetta a controllo democratico a una pluralità di soggetti privati con fine di lucro.

Questa delega non è mai stata sottoposta al corpo elettorale come tale. Nessun cittadino ha mai votato, in un referendum o in una consultazione dedicata, la domanda: volete che il potere di creare la moneta con cui vivete sia esercitato da banche private a scopo di profitto? La delega si è consolidata per via tecnica e normativa, attraverso l'evoluzione stratificata del diritto bancario, senza mai passare per il vaglio della sovranità popolare diretta che la sua natura — atto fondativo della vita economica collettiva — avrebbe richiesto.

Da questa delega discende, non come abuso occasionale ma come meccanismo strutturale, un flusso costante di valore dalla collettività verso il sistema bancario privato: attraverso l'interesse mai creato all'origine e da estrarre dalla massa monetaria reale esistente; attraverso la diluizione del potere d'acquisto di ogni cittadino che detiene moneta o crediti a valore nominale fisso; attraverso la trasformazione degli utili contabili in patrimonio reale nelle mani di chi detiene le banche. Il cittadino non cede questo valore per contratto, per errore, o per propria negligenza. Lo cede come effetto strutturale e ineludibile della propria partecipazione a un sistema monetario che non ha scelto, e del quale ignora, nella grande maggioranza dei casi, il funzionamento reale.

Il diritto dei cittadini a beneficiare della propria sovranità monetaria — sancito implicitamente in ogni Costituzione che riserva la materia monetaria allo Stato, e reso esplicito nel principio per cui ogni prelievo forzoso sulla collettività richiede una legge approvata dal Parlamento — viene sistematicamente eluso. Il meccanismo bancario produce, nei suoi effetti economici, esattamente ciò che una tassa produrrebbe: un trasferimento sistematico e permanente di valore dalla collettività a un beneficiario determinato. Ma, a differenza di una tassa, questo trasferimento non è mai stato deliberato da un'assemblea legislativa, non è mai comparso in alcuna legge di bilancio, non è mai stato sottoposto a dibattito pubblico come tale — e non è percepito dal cittadino medio come ciò che sostanzialmente è.

Parte quarta

Conclusione

Lo Stato, nell'aver delegato l'esercizio di una prerogativa sovrana a soggetti privati senza un mandato popolare specifico su questa delega, e nell'aver consentito che tale delega producesse, come conseguenza strutturale e non incidentale, un trasferimento sistematico di valore dalla collettività al sistema bancario privo della base legittimante che ogni prelievo generalizzato richiederebbe, ha violato la sostanza del diritto costituzionale dei cittadini alla propria sovranità monetaria — anche laddove la forma tecnico-normativa di tale delega sia stata, nel tempo, resa pienamente conforme al diritto positivo vigente.

Non è un reato commesso. È un potere sovrano ceduto, senza che il popolo, sovrano di quel potere, ne fosse mai stato chiamato a decidere.

La Moneta Ceduta