A vent'anni dalla scomparsa
Giacinto Auriti — Il Professore Ribelle
Intervento di presentazione del libro
Il Professore Ribelle · Guardiagrele, 11 agosto 2026
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Trascrizione
Buonasera a tutti e grazie al comitato per l'invito e per l'onore di essere qui in questa terra a 20 anni dalla scomparsa del professore. Giacinto Auriti non è stato un economista di professione, era un giurista, e proprio da giurista, non da tecnico della finanza, pose una domanda che nessun economista di professione aveva il coraggio di porre con altrettanta chiarezza: di chi è la moneta? Non come funziona la moneta, quello lo spiegano i manuali, ma di chi è?
A chi appartiene il valore che essa rappresenta nel momento stesso in cui viene emessa? Auriti rispose con una intuizione tanto semplice quanto dirompente: il valore della moneta non lo crea chi la stampa, chi la conia, chi oggi la digita su uno schermo; il valore lo crea chi la accetta. È il popolo, con l'atto quotidiano di scambiarsi beni e lavoro attraverso quel pezzo di carta o quella cifra elettronica, a indurre il valore, come una dinamo che genera corrente per induzione, attraverso il movimento. Senza quel movimento collettivo, quel simbolo sarebbe carta straccia.
Da questa intuizione nasceva una conseguenza politica enorme: se il valore lo crea il popolo, la proprietà della moneta appartiene al popolo. E chiunque si appropri di quel valore, chi lo emette dichiarandosene proprietario, incassando interessi su un debito che in realtà non ha mai davvero anticipato, commette quella che Auriti chiamò, senza giri di parole, una truffa: una truffa all'origine, non un abuso successivo, non una degenerazione del sistema, un vizio che sta nell'atto stesso della nascita della moneta.
Per dimostrarlo, il professore fece qui, a Guardiagrele, qualcosa che nessun accademico avrebbe mai osato: mise in circolazione una moneta popolare, il SIMEC, a sue spese. Non un esercizio teorico da convegno, ma un esperimento reale fatto di persone, di negozi, di scambi veri. E quando quell'esperimento cominciò a funzionare, perché funzionò, arrivò la Guardia di Finanza a sequestrarlo. Ecco, io credo che quel sequestro sia il punto da cui dobbiamo ripartire stasera, perché non fu il sequestro di una banconota locale, fu il sequestro di una domanda scomoda.
Il grido di dolore e il falso benessere
Auriti gridò questa domanda in un'epoca, gli anni '80 e '90, in cui l'Italia si stava assopendo in un benessere che sembrava solido, ma che era già drogato dal debito. Le famiglie compravano casa, le imprese si indebitavano, i consumi crescevano, sembrava progresso. Era, in realtà, un progresso comprato a credito, e nessuno si chiedeva chi stesse davvero pagando il conto e a vantaggio di chi.
Quel grido non fu ascoltato, non perché fosse sbagliato nella sua sostanza più profonda — che il potere di creare moneta è potere politico e che nasconderlo dietro tecnicismi contabili è un modo per sottrarlo al controllo democratico — ma perché una società accomodata, che sta bene, non ha voglia di ascoltare chi le dice che il benessere in cui galleggia è costruito sulla sabbia. Sono passati vent'anni dalla morte di Auriti, e io stasera devo dirvi una cosa, con rispetto ma con altrettanta chiarezza: il mondo, in questi vent'anni, non si è fermato a riflettere su quel grido, è andato oltre, ha perfezionato il trucco.
Il trucco millenario oggi con la tecnologia
Il meccanismo che permette alle banche di creare denaro dal nulla, la riserva frazionaria, non è un'invenzione recente. È un trucco vecchio di secoli: si presta più di quanto si possieda realmente in cassa, confidando che non tutti i creditori chiedano indietro i propri soldi nello stesso momento. Un tempo questo trucco aveva un limite fisico: la carta, il metallo, lo sportello della banca, la fila davanti alla cassa. Oggi quel limite fisico è sparito. La moneta non è più un pezzo di carta che ti passa fra le mani, è una riga scritta su un database, un movimento fra due conti, una carta di debito o di credito che autorizza o nega una transazione in una frazione di secondo.
Il trucco millenario della riserva frazionaria oggi corre su una tecnologia invasiva, capillare, che non si limita a spostare valore: osserva, registra, profila, prevede e, quando serve, nega. Ogni acquisto, ogni bonifico, ogni rata è un dato, e quel dato, moltiplicato per milioni di persone, diventa uno strumento di controllo con una precisione che definirei, senza esagerare, patologica. Non parliamo più solo di un potere economico, parliamo di un potere che sa dove sei, cosa compri, quanto guadagni, quanto puoi permetterti di spendere e che, un domani, potrebbe decidere cosa ti è permesso comprare. Questo è il punto che Auriti non poteva vedere per intero nella sua epoca e che noi oggi abbiamo il dovere di raccontare: la truffa all'origine di ieri è diventata l'architettura di controllo di oggi.
L'equazione denaro uguale potere e la resa del 1981
Da tutto questo nasce un'equazione semplice, che chiunque può capire senza laurea in economia: chi crea il denaro, crea il potere. Non il valore in astratto, il potere concreto di decidere chi cresce e chi resta indietro, quale impresa vive e quale muore, quale nazione è sovrana e quale è commissariata. E qui, cari amici, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la nostra storia recente. Nel 1981 l'Italia consumò quello che io non esito a chiamare un atto di resa: la separazione tra la Banca d'Italia e il Tesoro.
Da quel momento lo Stato smise di avere una garanzia automatica di collocamento dei propri titoli di debito presso la Banca Centrale e fu costretto a finanziarsi sui mercati finanziari internazionali, alle condizioni che quei mercati decidevano di imporre. Da lì in avanti non è un caso che la crescita italiana abbia iniziato a rallentare anno dopo anno, mentre il servizio del debito assorbiva risorse crescenti che un tempo andavano a scuola, sanità, infrastrutture, futuro. La politica, da quel momento, ha smesso di comandare sulla moneta, e una politica che non comanda sulla moneta è una politica svuotata, che può discutere di tutto tranne che della cosa che conta davvero.
La lobotomizzazione delle masse e il linguaggio come arma
Come si tiene ferma una popolazione mentre le si sottrae, pezzo dopo pezzo, la sovranità sulla propria moneta e sul proprio futuro? Non con la forza, non ce n'è bisogno. Si tiene ferma con il linguaggio. Guardate come ci raccontano questi meccanismi: fintech, spread, quantitative easing, credit crunch, rating, derivati, cartolarizzazione. Termini tecnici, spesso in inglese, pensati non per spiegare, ma per scoraggiare la comprensione. Chi ascolta pensa "è troppo complicato per me" e rinuncia a capire.
Ma io vi dico stasera una cosa semplice: non c'è nulla in questi meccanismi che non si possa spiegare in italiano piano, comprensibile a chiunque abbia fatto la terza media. Quando una banca cartolarizza un pacchetto di mutui, sta semplicemente impacchettando i debiti di centinaia di famiglie e vendendoli a un fondo, per incassare subito denaro e scaricare il rischio su qualcun altro, spesso su risparmiatori che non sanno nemmeno di aver comprato quel rischio. Quando si parla di spread, si parla semplicemente di quanto in più paghiamo di interessi rispetto ai tedeschi per lo stesso identico debito. Non serve l'inglese, serve la volontà di far capire, oppure la volontà contraria: far desistere dal capire.
E qui arriviamo al punto più amaro: un sistema dell'informazione che dovrebbe aiutarci a capire e che invece, per convenienza, per debiti propri, per timore di chi lo finanzia, si schiera con chi ha interesse a che la confusione regni. Non parlo di complotti oscuri, parlo di un meccanismo di dipendenza economica dell'informazione dai grandi poteri finanziari e pubblicitari, che rende comodo semplificare, banalizzare, distrarre, piuttosto che spiegare. Il risultato è un imbarbarimento del confronto: al posto degli argomenti, le frasi fatte. Le frasi fatte hanno un vantaggio enorme sugli argomenti: non vanno capite, vanno solo ascoltate e ripetute. "Ce lo chiede l'Europa", "Non ci sono i soldi", "Bisogna fare sacrifici". Frasi che chiudono la discussione invece di aprirla, pensate per essere subite, non per essere comprese.
Il compito di chi ha qualche anno in più
Chiudo con quello che considero il vero compito di questa giornata, al di là del ricordo, pure dovuto e sentito, del professore. Chi ha qualche anno in più di esperienza ha visto un mondo che oggi viene sistematicamente delegittimato, non solo nei diritti costituzionali che quel mondo si era conquistato (lavoro, previdenza, sovranità monetaria come principio scritto nella nostra Carta), ma nella sua stessa memoria storica. Ai giovani si racconta che quel mondo non esisteva davvero, o che era un privilegio insostenibile, quando in realtà era il frutto di conquiste concrete, oggi silenziosamente smontate.
Il nostro compito, il compito di chi è qui stasera, è trasmettere ai giovani non nostalgia, ma conoscenza logica. Non si stava meglio prima, ma ecco esattamente come funzionava, ecco esattamente cosa è cambiato, ecco esattamente chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso. Perché un giovane che capisce il meccanismo non si lascia più zittire da una frase fatta, e un popolo che torna a capire come nasce e chi possiede il proprio denaro, torna anche a capire come e può, e deve, rivendicarne il controllo. Giacinto Auriti lanciò questo grido vent'anni fa, quando pochi erano disposti ad ascoltarlo. Noi, stasera, abbiamo il dovere di non lasciarlo cadere una seconda volta. Vi ringrazio.
Trascrizione integrale dell'intervento di presentazione del libro "Giacinto Auriti — Il Professore Ribelle" tenutosi a Guardiagrele l'11 agosto 2026. Audio originale disponibile sopra.